La Principessa Triste e il Giardiniere Vagabondo

Per amore si scrivono lettere, versi, poesie, canzoni. Tanto tempo fa io scrissi una favola.

Vent’anni fa, o giù di lì” – per dirla con Francesco Guccini Rossella rimaneva ancora nascosta dietro le quinte del Fato, il mio cuore somigliava ad un paesaggio nebbioso ed il cammino per incontrarla era ancora tortuoso. 

Perché mai proprio una favola ? Perché l’amore ci trasporta in un mondo fantastico dove tutto è possibile, ci stuzzica la fantasia e l’immaginazione, ci fa accettare paradossi improponibili, ci aiuta a riconoscere il bene e il male. È il sale che dona il gusto quotidiano della vita, che altrimenti sarebbe sciapa. Anzi “sciocca”, come dicono in Toscana.

A distanza di anni, ho tolto un po’ di polvere e riordinato qualcosa, ma l’epilogo è rimasto del tutto immutato. Vi troverete il mio modesto ed umile tributo al verso finale della Divina Commedia di Dante Alighieri: “ L’Amor che mòve il sole e le altre stelle ”.

 

Prologo

        Quando il buon Dio per amore e per gioco creò il mondo, generò il fulgido sole, la serena luna e le spiritose stelle sue sorelle, la fertile terra, le limpide acque dei fiumi e quelle irrequiete dei mari, le altere montagne e le sterminate praterie, il sinuoso profilo delle colline e la rassicurante quiete dei laghi.

        Colorò di verde i boschi, di azzurro i mari, di bianco i ghiacciai, di giallo i deserti, di blù le notti e di rosso i tramonti.

        Donò le donne agli uomini e gli uomini alle donne, e ad entrambi gli animali del vento, della terra e dell’acqua.

        Modellò gli alberi, ricamò i rampicanti, intrecciò gli arbusti e pitturò i fiori.
Tutto fu creato e armonizzato, ma la rosa, il fiore più bello e più profumato, a quel tempo era soltanto bianca.

        Non fu una dimenticanza: il buon Dio lasciò che la rosa rossa, pegno indelebile del desiderio di tutti gli amanti, sbocciasse da un supremo atto d’amore…

La Principessa Triste e il Giardiniere Vagabondo

        C’era una volta, tanto tempo fa – quando le rose erano ancora bianche – una bellissima Principessa.

        I suoi capelli erano biondi e mossi come il grano maturo carezzato dalla brezza di giugno, i suoi occhi erano puri e limpidi come acqua di sorgente alpina ed il suo sorriso era la più preziosa collana di perle mai pescate nel Mar dei Caraibi.

        Insomma, era la più bella principessa che ci fosse al mondo, …e sì che a quel tempo ce n’erano parecchie !

        Quando una una tremenda siccità provocò una sventurata carestia, la terra non riuscì più a produrre nulla e il regno cadde in rovina. Il Re mise a disposizione della popolazione i regi granai, ma a lungo andare anche le scorte finirono. Giorno dopo giorno, gli animali s’indebolivano e morivano, i sudditi non avevano di che sostentarsi e i più deboli si ammalavano.

        Con il permesso del Re suo padre, la Principessa usciva ogni giorno dal palazzo di corte con la sua carrozza. Si recava a portare piccole scorte di cibo a color che non avevano di che vivere. Visitava i malati e gli anziani, cullava i neonati e giocava con gli orfanelli. Li sentiva tutti vicini, li amava come fratelli ed aveva sempre una buona parola, un consiglio, un incoraggiamento per tutti.

        Nei loro cuori sinceri leggeva la sofferenza e la condivideva amorevolmente fino a farsene carico. Perché al mondo esisteva il dolore ? Spesso prima di addormentarsi lo chiedeva al buon Dio, ripensando ai volti visti durante la giornata.

        Il suo cuore era troppo sincero per comprendere. Non riusciva più a scaldarsi al sole infuocato dell’estate, ad inebriarsi dei profumi intensi della primavera, ad intenerirsi ai colori accesi dell’autunno, a meravigliarsi origliando il bianco silenzio dell’inverno.

        La sofferenza che la Principessa incontrava tutti i giorni gli colava nell’anima e, con il passare degli anni, le aveva provocato una lunga ferita sul cuore, profonda come un solco d’aratro.

        Tutti la chiamavano la Principessa Triste.

         Un giorno al palazzo reale venne a cercare lavoro un giardiniere che  veniva da lontano, dicevano da una città al di là del mare.

        La diffidenza dei sudditi verso il nuovo arrivato inventò strane storie sulla sua vita. Sempre in giro per il mondo, libero e spensierato, visto che non aveva una moglie, dei figli e una famiglia di cui farsi carico. Sembrava amico di tutti, ma in fondo non lo era di nessuno. Si era goduto la vita e chissà per quanto tempo avrebbe continuato a farlo. Lo additavano con rimprovero, lo adocchiavano con invidia.

        Tutti lo chiamavano il Giardiniere Vagabondo.

        A dire il vero, nel profondo del suo animo era un uomo solo, sognatore e un po’ malinconico, commosso in egual misura dalle miserie e dalle gioie della vita. Spiritoso ed allegro, ma senza superficialità. Ironico e sarcastico, per affrontar la vita ad armi pari. Anelava quell’amore che, per sbaglio, destino o punizione, non era ancora riuscito a trovare.

        La prima volta che vide la Principessa rimase senza fiato.

        Forse se ne innamorò subito, ma forse l’amava da sempre. Se prima di vederla avesse potuto dipingerla, l’avrebbe tratteggiata esattamente com’era, con quel sorriso malinconico che transitava solo un attimo dagli occhi per stamparsi indelebile sul cuore. Come una barchetta nell’oceano in tempesta, rimaneva in balìa della sua voce suadente, delle sue mani delicate, della sua pelle profumata, dalle sue carnose labbra di mirto.

        Le scrisse subito una lunga lettera e il Regio Postino la recapitò con regio stupore.

        Quando la Principessa accolse a corte il Giardiniere, avvertì subito che aveva un animo nobile e sensibile ed il suo cuore ferito ebbe un sussulto.

        Il Giardiniere, colpito dallo spirito gentile della Principessa, s’innamorò perdutamente della sua anima. Desiderò carezzarne la tristezza, cullarne l’infelicità.

        Sarebbe mai riuscito a renderla felice ?

        Era un vero esperto e sapeva avere particolare cura delle rose bianche.

        Proprio come la Principessa, erano delicate, fragili, sensibili, bisognose dell’affetto di una persona che con tenerezza si prendesse cura di loro.

        Fu così che il Giardiniere scavò un nuovo, profondissimo pozzo nel giardino reale per attingere la poca acqua che era ancora rimasta. In poco tempo tutto le aiuole del palazzo fiorirono di rose bianche candide come neve.

        Il Giardiniere attendeva ogni mattina che la Principessa si affacciasse dalla sua finestra, svegliata dall’inebriante profumo delle rose che si schiudevano al sole.

        – Buongiorno Giardiniere !

        – Buongiorno Principessa, anche stamane il tuo splendore è superiore a quello di questa magnifica giornata !

        La Principessa sorrideva arrosendo. Aveva piacere dele attenzioni del Giardiniere, ma la ferita sul cuore le impediva di gioire come avrebbe voluto.

        Il Giardiniere intrecciava tutti i giorni ghirlande di rose bianche e con i loro petali forgiava anelli ed orecchini da recare in dono alla sua amata. Imbottì di petali di rosa bianca un materasso affinché la Principessa sognasse i giardini più rigogliosi e con le spine dei gambi le preparò un pettine per carezzare i capelli al risveglio. Con le foglie tesseva tappeti e preparava scarpette per non farle affaticare I piedi. Le ricamò un vestito di petali talmente bello che tutte le rondini fecero a gara per costruirvi il nido.

        In una notte serena imbracciò la chitarra per cantarle una romantica serenata dal giardino, proprio mentre la luna piena si divertiva a colorare di giallo le sue rose.

        La Principessa rimaneva profondamente toccata dall’amore e dalla sensibilità del Giardiniere, ma quel lungo solco sul cuore non le consentiva proprio di essere felice.

        Il Giardiniere era sconsolato perché non riusciva a distorgliere la Principessa al suo dolore. Non riusciva proprio a trovare le parole magiche che lo mettessero direttamente in comunicazione con il suo cuore.

        Non si arrese. Le sue rose gli avevano insegnato che per far sbocciare un fiore profumato occorre piantare un piccolo seme, innaffiare un tenero virgulto, concimare una giovane pianta, dissetare un tenero bocciolo. Giorno dopo giorno, il miracolo di una rosa fiorita deve essere conquistato e consolidato con amore, impegno e dedizione.

        Il Giardiniere si rese conto che la causa della tristezza della Principessa era quella dolorosa ferita. Bisognava cercare di richiuderla e di tenerla ben stretta, in modo che il tenero cuore non tremasse più al freddo della vita.

        Ma per guarire un cuore così fragile non andavano usati aghi d’oro zecchino e fili di seta indiana, serviva qualcosa di altrettanto delicato.

        Così una mattina il Giardiniere, poco prima dell’alba, uscì nel giardino fra le rose ancora assopite. Attese con pazienza che il primo raggio di sole scegliesse il bocciolo più giovane e forte, quindi lo recise e dal giardino si arrampicò fin sul balcone dalla sua amata.

        Quando entrò nella grande stanza, la Principessa era ancora assorta nei suoi sogni. Nella penombra, i primi raggi di sole le indoravano il volto e l’aria fresca del mattino le carezzava amorevolmente i capelli.

        Il Giardiniere rimase per un attimo incantato ad ammirarla con il cuore che gli balbettava in petto. Era bellissima !

        Si avvicinò delicatamente per non svegliarla, e con le sue mani esperte piantò con dolcezza il bianco bocciolo di rosa nel suo cuore ferito. Commosso, gli spuntò una lacrima che andò a cadere proprio sul bocciolo, rinfrescandolo e dissetandolo immediatamente.

        Per molto tempo ogni mattina il Giardiniere, mentre la Principessa ancora dormiva, con amorevole cura le innaffiava il cuore con le lacrime d’amore e di desiderio piante di notte pensando a lei.

        E chissà quanti giorni passarono, quanti sogni addolcirono le notti della Principessa, quante lacrime scaturirono dagli occhi innamorati del Giardiniere

        Una mattina la Principessa si svegliò prima del solito a causa di un’intenso e picevolissimo aroma. Le sembrava che dal giardino il profumo delle rose salisse in maniera più inebriante e travolgente del solito.

        Appena schiuse gli occhi si rese conto del il miracolo.

        Sul suo petto, proprio sul cuore ferito, era sbocciata una splendida rosa e, meraviglia delle meraviglie, nutritasi ed imbevutasi del suo stesso sangue, era di un caldo colore rosso scarlatto.

        La giovane rosa, con le sue forti radici, teneva ben stretta la ferita e non permetteva al gelo della vita di penetrare.

        L’amore, la dedizione, la devozione e la perseveranza del Giardinere erano stati ricompensati.

        La Principessa uscì di gran fretta dalla sua stanza, corse a perdifiato per le scale e piombò all’improvviso nel giardino, finalmente ebbra di amore, di gioia e di felicità. Appoggiato al pozzo vide il Giardiniere. Gli corse incontro e i due si abbracciarono, mentre tutte le rose bianche salutavano festose l’arrivo della nuova sorella.

        Si tennero stretti perdendosi l’uno nell’anima dell’altra, dimentichi per quell’attimo di tutto il mondo che li circondava e con dolcezza si donarono reciprocamente le proprie labbra.

        Fin dal primo bacio, si alzò una fresca brezza e il cielo si addensò di nubi. Ben presto iniziò a borbottare e poco dopo tre tuoni ruggirono dall’alto. In pochi attimi una fitta e benefica pioggia si riversò sulle aride terre del regno, dissetandole e rendendole di nuovo fertili.

        Tutti gli animali si riversarono nelle aie ed ognuno diede sfogo al suo verso, improvvisando concerti di felicità.

        Ogni suddito uscì di casa e si inventarono danze sotto la pioggia, benedicendo l’acqua che veniva giù dal cielo e festeggiando con urla di gioia e risa la fine della carestia.

Epilogo

        Era una giornata meravigliosa.

        Lo sfavillio del sole creava un’autostrada fiammeggiante sulla superfice ondulata del mare.

        I gabbiani dondolavano chiassosi nella fresca brezza d’inizio estate.

        L’impazienza delle onde s’infrangeva borbottando sugli scogli.

        Il Giardiniere e la Principessa camminavano a piedi nudi in riva al mare.

        Alle loro spalle, la lunga scia delle impronte era interrotta qua e là dalle carezze della risacca.

        I loro piedi assorbivano l’umidità della sabbia e poco più giù la linfa vitale della terra, l’energia segreta del mondo.

        Il sole scaldava la pelle e rincuorava le anime.

        Camminavano in silenzio, senza chiedersi nulla, contemplando la fugacità di quell’attimo incantato, coscienti che appena finito l’avrebbero perso per sempre.

        La Principesa si arrestò e strinse le mani del Giardiniere.

        Lo guardò negli occhi e schiuse appena le labbra di mirto:

        – Giardiniere, mi vuoi sposare ?

        Il Giardiniere sentì che la gola gli si contorceva, mentre un grappolo di lacrime spingeva per sgorgare spontaneamente dagli occhi.

        Stupito e commosso, sentì il cuore che gli esplodeva in petto come una supernova. Diveniva sempre più grande, più grande, fino a poter contenere la stessa spiaggia, le onde, il mare, di più, la terra intera, il sole e la luna, le stelle fisse, le costellazioni, la via lattea, l’immenso cosmo.

        Percepì l’armonia dell’universo.

        Sentì che faceva parte del creato, perché il creato faceva parte di lui.

        Comprese il misterioso significato del giorno e della notte, l’indecifrabile segreto delle stagioni, l’arcano mutarsi della gioventù in vecchiaia.

        Capì che le lacrime esistevano per amplificare la misericordia, la sofferenza per sublimare l’affetto.

        Comprese che il dolore generava l’amore.

        Quello stesso amore che aveva creato l’universo e ne era al contempo instancabile motore e fine supremo.

        Posò lo sguardo sulla Principessa.

        Oltre l’orizzonte dei suoi occhi vide pianeti lontani, mondi sconosciuti, lune fiorite, comete raggianti, stelle nascenti, nebulose cangianti, galasie danzanti.

        Scoprì l’universo della sua anima.

        Rimase commoventemente assorto per un tempo estraneo ad ogni orologio.

        Poi sussurrò le parole più naturali:
Per tutta la vita.

         …E tutti vissero felici e contenti !

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