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Edgar Lee Masters e Fabrizio De André

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Antologia di Spoon River – Edgar Lee Masters

—-Ho nebbiose reminiscenze dei princìpi della fisica studiata al liceo, ma questo non mi frena nel lanciarmi in un ardimentoso sillogismo. Il cervello è un’elettrocalamita.  Di per se amorfo, quando viene attraversato dalla corrente elettrica della cultura inizia ad attrarre a sé qualsiasi cosa gli orbiti intorno.

     La cultura funziona per induzione. Lo stracitato “So di non sapere” di Socrate ( …ma allora ‘sto cavolo de classico a qualcosa serve ! ) infondo significa “Più so e più sono curioso di sapere”.

     Ho imparato a conoscere Rabelais tramite Erasmo da Rotterdam, il picaresco Lazarillo de Tormes incuriosito dal Don Chisciotte, Kerouac attraverso il mito americano di Guccini, “Il Pasto Nudo” di Burroughs grazie a Kerouac, i Vangeli Apocrifi e Edgar Lee Masters con Fabrizio De André.

    Quando uscì l’album “Non al denaro, non all’amore né al cielo” di De André – ispirato all’“Antologia di Spoon River” di Masters – era il 1971, io avevo 10 anni e le note delle canzoni riecheggiavano in casa liberate da mio fratello Vittorio e mia sorella Clara, di 6 e 8 anni più grandi di me. Era naturalmente impossibile che capissi il significato profondo dei testi, ma quell’universo di piccoli personaggi che rappresentavano gli archetipi dei vizi e delle virtù umane mi rimase nel cuore.  « Nel disco si parla di vizi e virtù: è chiaro che la virtù mi interessa di meno, perché non va migliorata. Invece il vizio lo si può migliorare: solo così un discorso può essere produttivo. », dice De André nell’intervista rilasciata a Fernando Pivano riportata sul retro della copertina dell’album.

     Durante l’adolescenza imparai a strimpellare la chitarra – cosa molto comune per quei tempi e  quell’età – e il primo spartito che acquistai fu proprio quello di questo album, iniziandone così a martoriare le melodie con le mie ancora incerte dita.

     La curiosità di allora poi mi portò a spulciare qua e là l’“Antologia di Spoon River”, ma solo ultimamente ho auto il tempo e la nostalgia di leggerla tutta, complice la tranquillità che, nella pazzia della nostra vita quotidiana, dona solo una convalescenza.

non al denaro

Non al denaro non all’amore né al cielo – Fabrizio De André

     Mi sono divertito ad individuare le poesie che avevano ispirato le canzoni,  notando che spesso hanno sguinzagliato la poetica di De André quelle più brevi.

     Qui di seguito elenco in sequenza alternata i testi delle poesie di Masters e delle canzoni di De André. Superfluo specificare che le traduzione delle poesie di Masters sono a cura di Fernanda Piovano.

     Anche il più imbecille capirebbe che non siamo di fronte ad un trattato letterario, per il quale sono cosciente di  non avere né la preparazione né la competenza.

     Prendete semplicemente questa mia riflessione per quello che è. Unicamente un atto di gratitudine culturale e amore intellettuale nei confronti di due grandi poeti che hanno lasciato doni inestimabili nel mio cuore.


LA COLLINA – MASTERS

Dove sono Elmer, Herman, Bert, Tom e Cbarley,
il debole di volontà, il forte di braccia, il buffone,
l’ubriacone, l’attaccabrighe?
Tutti, tutti, dormono sulla collina.

Uno mori di febbre,
uno bruciato in miniera,
uno ucciso in una rissa,
uno morì in prigione,
uno cadde da un ponte mentre faticava per moglie e figli
tutti, tutti dormono, dormono, dormono sulla collina.

Dove sono Ella, Kate, Mag, Lizzie e Edith,
il cuore tenero, l’anima semplice, la chiassosa, la superba, l’allegrona?
tutte, tutte, dormono sulla collina.

Una mori di parto clandestino,
 una di amore contrastato,
una fra le mani di un bruto in un bordello,
una di orgoglio infranto, inseguendo il desiderio del cuore,
una dopo una vita lontano a Londra e Parigi
fu riportata nel suo piccolo spazio accanto a Ella e Kate e Mag
tutte, tutte dormono, dormono, dormono sulla collina.

Dove sono zio Isaac e zia Emily,
e il vecchio Towny Kineaid e Sevigne Hougbton,
e il maggiore Walker che aveva parlato
Con i venerandi uomini della rivoluzione?
Tutti dormono, dormono, dormono sulla collina.

Li portarono figli morti in guerra,
e figlie che la vita aveva spezzato,
e  i loro orfani, in lacrime
tutti, tutti dormono, dormono, dormono sulla collina.

Dov’è il vecchio Jones, il violinista
che giocò per novantenni con la vita,
sfidando il nevischio a petto nudo,
bevendo, schiamazzando, infischiandosi di mogli e parenti,
e denaro, e amore, e cielo ?
Eccolo ! Ciancia delle sagre di pesce fritto di tanti anni fa,
delle corse di cavalli di tanti anni fa a Clary’s Grove,
di ciò che Abe Lincoln
disse una volta a Springfield.

 

LA COLLINA – DE ANDRÉ

Dove se n’è andato Elmer
che di febbre si lasciò morire?
Dov’è Herman bruciato in miniera?

Dove sono Bert e Tom
il primo ucciso in una rissa
e l’altro che uscì già morto di galera?

E cosa ne sarà di Charley
che cadde mentre lavorava
dal ponte volò e volò sulla strada?

Dormono, dormono sulla collina
dormono, dormono sulla collina.

Dove sono Ella e Kate
morte entrambe per errore
una di aborto, l’altra d’amore?

E Maggie uccisa in un bordello
dalle carezze di un animale
e Edith consumata da uno strano male?

E Lizzie che inseguì la vita
lontano, e dall’Inghilterra
fu riportata in questo palmo di terra?

Dormono, dormono sulla collina
dormono, dormono sulla collina.

Dove sono i generali
che si fregiarono nelle battaglie
con cimiteri di croci sul petto ?

Dove i figli della guerra
partiti per un ideale
per una truffa, per un amore finito male?

Hanno rimandato a casa
le loro spoglie nelle barriere
legate strette perché sembrassero intere.

Dormono, dormono sulla collina
dormono, dormono sulla collina.

Dov’è Jones il suonatore
che fu sorpreso dai suoi novant’anni
e con la vita avrebbe ancora giocato?
Lui che offrì la faccia al vento
la gola al vino e mai un pensiero
non al denaro, non all’amore né al cielo.

Lui sì sembra di sentirlo
cianciare ancora delle porcate
mangiate in strada nelle ore sbagliate
sembra di sentirlo ancora
dire al mercante di liquore
« Tu che lo vendi cosa ti compri di migliore ? »

 

FRANK DRUMMER – MASTERS

Da una cella a questo luogo buio
a venticinque anni la fine!
Non avevo le parole per dire cosa mi si agitasse dentro,
e il villaggio mi prese per idiota. 
Eppure l’idea iniziale era chiara,
un disegno grandioso e assillante nell’anima
che mi spinse all’impresa di imparare a memoria
l’Enciclopedia Britannica!

 

UN MATTO ( dietro ogni scemo c’è un villaggio )  – DE ANDRÉ

Tu prova ad avere un mondo nel cuore
e non riesci ad esprimerlo con le parole,
e la luce del giorno si divide la piazza
tra un villaggio che ride e te, lo scemo, che passa,
e neppure la notte ti lascia da solo:
gli altri sognan se stessi e tu sogni di loro

E sì, anche tu andresti a cercare
le parole sicure per farti ascoltare:
per stupire mezz’ora basta un libro di storia,
io cercai di imparare la Treccani a memoria,
e dopo maiale, Majakowsky, malfatto,
continuarono gli altri fino a leggermi matto.

E senza sapere a chi dovessi la vita
in un manicomio io l’ho restituita:
qui sulla collina dormo malvolentieri
eppure c’è luce ormai nei miei pensieri,
qui nella penombra ora invento parole
ma rimpiango una luce, la luce del sole.

Le mie ossa regalano ancora alla vita:
le regalano ancora erba fiorita.
Ma la vita è rimasta nelle voci in sordina
di chi ha perso lo scemo e lo piange in collina;
di chi ancora bisbiglia con la stessa ironia
« Una morte pietosa lo strappò alla pazzia ».

IL GIUDICE SELAH LIVELY – MASTERS

Immaginate d’essere alto un metro e cinquantotto,
e d’aver cominciato come garzone di droghiere,
studiando legge al lume di candela,
fino a diventare avvocato.
E immaginate che grazie al vostro zelo,
e all’assidua frequentazione della chiesa,
siete diventato il legale di Thomas Rhodes,
che incassa cambiali e ipoteche,
e rappresenta le vedove
nelle cause di successione. E che tutto il tempo
Vi burlino per la statura, e Vi scherniscano per gli abiti
e gli stivali lucidi. Infine
siete divenuto giudice di contea.
E Jefferson Howard e Kinsey Keene
e Harmon Whitney e tutti quei giganti
che vi avevano beffato, sono costretti
alla sbarra a dire « Vostro Onore » –
be’, non vi pare giusto
che gliel’abbia fatta pagare?

 

UN GIUDICE – DE ANDRÉ

Cosa vuol dire avere
un metro e mezzo di statura,
ve lo rivelan gli occhi
e le battute della gente,
o la curiosità
di una ragazza irriverente
che si avvicina solo
per un suo dubbio impertinente:
vuole scoprir se è vero
quanto si dice intorno ai nani,
che siano i più forniti
della virtù meno apparente,
fra tutte le virtù
la più indecente.

Passano gli anni, i mesi,
e se li conti anche i minuti,
è triste trovarsi adulti
senza essere cresciuti;
la maldicenza insiste,
batte la lingua sul tamburo
fino a dire che un nano
è una carogna di sicuro
perché ha il cuore troppo,
troppo vicino al buco del culo

Fu nelle notti insonni
vegliate al lume del rancore
che preparai gli esami.
diventai procuratore
per imboccar la strada
che dalle panche d’una cattedrale
porta alla sacrestia
quindi alla cattedra d’un tribunale,
giudice finalmente,
arbitro in terra del bene e del male.

E allora la mia statura
non dispensò più buonumore
a chi alla sbarra in piedi
mi diceva Vostro Onore,
e di affidarli al boia
fu un piacere del tutto mio,
prima di genuflettermi
nell’ora dell’addio
non conoscendo affatto
la statura di Dio.

WENDELL P. BLOYD – MASTERS

Prima mi accusarono di condotta molesta,
non essendoci leggi contro la bestemmia.
Poi mi rinchiusero in manicomio l
e fui ammazzato di botte da un sorvegliante cattolico.
Il mio torto fu questo:
dissi che Dio menti ad Adamo e lo destinò
a vivere una vita da sciocco,
ignaro del male come del bene del mondo.
E quando Adamo gabbò Dio mangiando la mela
e scoprì la menzogna,
Dio lo cacciò dall’Eden per impedirgli di cogliere
il frutto della Vita immortale.
Ma, Cristo! voi gente di buon senso,
ecco cosa dice Dio stesso nel libro del Genesi:
« E il Signore Iddio disse, ecco che l’uomo
è diventato come uno di noi» (un po’ d’invidia, vedete),
« a conoscere il bene e il male » (smascherata la balla che tutto è bene);
« e allora, per paura che allungasse la mano a prendere
anche dall’albero della vita e ne mangiasse, e vivesse in eterno,
il Signore Iddio lo cacciò dal giardino dell’Eden ».
(A me pare che la ragione per cui Dio crocifisse il proprio Figlio
per uscire da quel brutto imbroglio, sia che questo è proprio da par suo.)

UN BLASFEMO ( dietro ogni blasfemo c’è un giardino incantato ) – DE ANDRÉ

Mai più mi chinai e nemmeno su un fiore,
più non arrossii nel rubare l’amore
dal momento che Inverno mi convinse che Dio
non sarebbe arrossito rubandomi il mio.

Mi arrestarono un giorno per le donne ed il vino,
non avevano leggi per punire un blasfemo,
non mi uccise la morte, ma due guardie bigotte,
mi cercarono l’anima a forza di botte.

Perché dissi che Dio imbrogliò il primo uomo,
lo costrinse a viaggiare una vita da scemo,
nel giardino incantato lo costrinse a sognare,
a ignorare che al mondo c’e’ il bene e c’è il male.

Quando vide che l’uomo allungava le dita
a rubargli il mistero di una mela proibita
per paura che ormai non avesse padroni
lo fermò con la morte, inventò le stagioni.

E se furon due guardie a fermarmi la vita,
è proprio qui sulla terra la mela proibita,
e non Dio, ma qualcuno che per noi l’ha inventato,
ci costringe a sognare in un giardino incantato.

 

FRANCIS TURNER – MASTERS

Da ragazzo
non potevo correre né giocare.
Da uomo potei solo sorseggiare dalla coppa,
non bere –
perché dopo la scarlattina m’era rimasto il cuore’malato.
Eppure riposo qui
consolato da un segreto che solo Mary conosce:
c’è un giardino di acacie,
di catalpe e di pergole dolci di viti –
là, quel pomeriggio di giugno
a fianco di Mary –
mentre la baciavo con l’anima sulle labbra
l’anima d’un tratto volò via.

UN MALATO DI CUORE – DE ANDRÉ

Cominciai a sognare anch’io insieme a loro
poi l’anima d’improvviso prese il volo.

Da ragazzo spiare i ragazzi giocare
al ritmo balordo del tuo cuore malato
e ti viene la voglia di uscire a provare
che cosa ti manca per correre al prato
e ti tieni la voglia e rimani a pensare
come diavolo fanno a riprendere fiato.

Da uomo avvertire il tempo sprecato
a farti narrare la vita dagli occhi
e mai poter bere alla coppa d’un fiato
ma a piccoli sorsi interrotti.

Eppure un sorriso io l’ho regalato
e ancora ritorna in ogni sua estate
quando io la guidai o fui forse guidato
a contarle i capelli con le mani sudate.
Non credo che chiesi promesse al suo sguardo
non mi sembra che scelsi il silenzio o la voce
quando il cuore stordì e ora no non ricordo
se fu troppo sgomento o troppo felice
e il cuore impazzì e ora no non ricordo
da quale orizzonte sfumasse la luce

E fra lo spettacolo dolce dell’erba
fra lunghe carezze finite sul volto
quelle sue cosce color madreperla
rimasero forse un fiore non colto.
Ma che la bacia questo sì lo ricordo
col cuore ormai sulle labbra,
ma che la bacia per Dio sì lo ricordo
e il mio cuore le restò sulle labbra

E l’anima d’improvviso prese il volo
ma non mi sento di sognare con loro
no non mi riesce di sognare con loro.

 

IL DOTTOR SIEGFRIED ISEMANC – MASTERS

Dissi, quando mi consegnarono il diploma,
dissi a me stesso sarò buono
e saggio e forte e generoso col prossimo;
dissi porterò la fede cristiana
nella pratica della medicina!
Ma, non so come, il mondo e gli altri medici
sentono subito cos’hai in mente quando prendi
quest’eroica decisione.
E va a finire che ti prendono per fame.
Verranno da te solo i poveri.
E ti accorgi troppo tardi che fare il medico
è solo un modo per guadagnarsi da vivere.
E quando sei povero e devi tirare avanti
la fede cristiana e la moglie e i figli
tutti sulle tue spalle, è troppo!
Ecco perché fabbricai l’elisir di giovinezza,
per cui finii in prigione a Peoria
marchiato come truffatore ed imbroglione
dall’integerrimo giudice federale!

UN MEDICO – DE ANDRÉ

Da bambino volevo guarire i ciliegi
quando rossi di frutti li credevo feriti
la salute per me li aveva lasciati
coi fiori di neve che avevan perduti.

Un sogno, fu un sogno ma non durò poco
per questo giurai che avrei fatto il dottore
e non per un dio ma nemmeno per gioco:
perché i ciliegi tornassero in fiore,
perché i ciliegi tornassero in fiore.

E quando dottore lo fui finalmente
non volli tradire il bambino per l’uomo
e vennero in tanti e si chiamavano “gente”
ciliegi malati in ogni stagione.

E i colleghi d’accordo i colleghi contenti
nel leggermi in cuore tanta voglia d’amare
mi spedirono il meglio dei loro clienti
con la diagnosi in faccia e per tutti era uguale:
ammalato di fame incapace a pagare.

E allora capii fui costretto a capire
che fare il dottore è soltanto un mestiere
che la scienza non puoi regalarla alla gente
se non vuoi ammalarti dell’identico male,
se non vuoi che il sistema ti pigli per fame.

E il sistema sicuro è pigliarti per fame
nei tuoi figli in tua moglie che ormai ti disprezza,
perciò chiusi in bottiglia quei fiori di neve,
l’etichetta diceva: “elisir di giovinezza”.

E un giudice, un giudice con la faccia da uomo
mi spedì a sfogliare i tramonti in prigione
inutile al mondo ed alle mie dita
bollato per sempre truffatore imbroglione
dottor professor truffatore imbroglione.

TRAINOR IL FARMACISTA – MASTERS

Solo un chimico può dirlo, e non sempre,
cosa risulterà dalla combinazione
di fluidi o di solidi.
E chi può dire
come uomini e donne reagiranno
insieme, e che figli ne usciranno?
Prendiamo Benjamin Pantier e sua moglie,
buoni in sé, ma l’uno per l’altro nefasti:
lui ossigeno, lei idrogeno,
il loro figlio, un fuoco devastatore.
Io, Trainor, il farmacista, mestatore di sostanze chimiche,
morto in un esperimento,
vissi senza sposarmi.

UN CHIMICO – DE ANDRÉ

Solo la morte m’ha portato in collina
un corpo fra i tanti a dar fosforo all’aria
per bivacchi di fuochi che dicono fatui
che non lasciano cenere, non sciolgon la brina.
Solo la morte m’ha portato in collina

Da chimico un giorno avevo il potere
di sposare gli elementi e di farli reagire,
ma gli uomini mai mi riuscì di capire
perché si combinassero attraverso l’amore.
Affidando ad un gioco la gioia e il dolore.

Guardate il sorriso guardate il colore
come giocan sul viso di chi cerca l’amore:
ma lo stesso sorriso lo stesso colore
dove sono sul viso di chi ha avuto l’amore.
Dove sono sul viso di chi ha avuto l’amore.

È strano andarsene senza soffrire,
senza un voto di donna da dover ricordare.
Ma è fosse diverso il vostro morire
vuoi che uscite all’amore che cedete all’aprile.
Cosa c’è di diverso nel vostro morire.

Primavera non bussa lei entra sicura
come il fumo lei penetra in ogni fessura
ha le labbra di carne i capelli di grano
che paura, che voglia che ti prenda per mano.
Che paura, che voglia che ti porti lontano.

Ma guardate l’idrogeno tacere nel mare
guardate l’ossigeno al suo fianco dormire:
soltanto una legge che io riesco a capire
ha potuto sposarli senza farli scoppiare.
Soltanto la legge che io riesco a capire.

Fui chimico e, no, non mi volli sposare.
Non sapevo con chi e chi avrei generato:
Son morto in un esperimento sbagliato
proprio come gli idioti che muoion d’amore.
E qualcuno dirà che c’è un modo migliore.

DIPPOLD L’OTTICO – MASTERS

Che cosa vedete adesso?
Globi di rosso, giallo, porpora.
Un momento! E adesso?
Mio padre e mia madre e le mie sorelle.
Bene! E ora?
Cavalieri in armi, donne bellissime, visi delicati.
Provate questa.
Un campo di grano – una città.
Molto bene! E ora?
Una giovane donna e angeli chini su di lei.
Una lente più. forte! E ora?
Molte donne dagli occhi luminosi e le labbra socchiuse.
Provate questa.
Un bicchiere su un tavolo, nient’altro.
Ah, capisco! Provate questa lente!
Solo uno spazio aperto – non vedo niente di particolare.
Bene, e ora!
Pini, un lago, un cielo d’estate.
Va meglio. E adesso?
Un libro.
Leggetemi una pagina.
Non posso. I miei occhi sono attratti oltre la pagina.
Provate questa lente.
Abissi d’aria.
Magnifico! E ora?
Luce, soltanto luce, che trasforma tutto il mondo sottostante in giocattolo.
Benissimo, faremo gli occhiali così.

UN OTTICO – DE ANDRÉ

Daltonici, presbiti, mendicanti di vista
il mercante di luce, il vostro oculista,
ora vuole soltanto clienti speciali
che non sanno che farne di occhi normali.

Non più ottico ma spacciatore di lenti
per improvvisare occhi contenti,
perché le pupille abituate a copiare
inventino i mondi sui quali guardare.
Seguite con me questi occhi sognare,
fuggire dall’orbita e non voler ritornare.

[Primo cliente]
Vedo che salgo a rubare il sole
per non aver più notti,
perché non cada in reti di tramonto,
l’ho chiuso nei miei occhi,
e chi avrà freddo
lungo il mio sguardo si dovrà scaldare.

[Secondo cliente]
Vedo i fiumi dentro le mie vene,
cercano il loro mare,
rompono gli argini,
trovano cieli da fotografare.
Sangue che scorre senza fantasia
porta tumori di malinconia.

[Terzo cliente]
Vedo gendarmi pascolare
donne chine sulla rugiada,
rosse le lingue al polline dei fiori
ma dov’è l’ape regina?
Forse è volata ai nidi dell’aurora,
forse volata, forse più non vola.

[Quarto cliente]
Vedo gli amici ancora sulla strada,
loro non hanno fretta,
rubano ancora al sonno l’allegria
all’alba un po’ di notte:
e poi la luce, luce che trasforma
il mondo in un giocattolo.

Faremo gli occhiali così!
Faremo gli occhiali così!

JONES IL VIOLINISTA – MASTERS

La terra alimenta un fremito continuo
nel tuo cuore, e quello sei tu.
E. se la gente vede che sai suonare,
be’, ti tocca suonare, per tutta la vita.
Che vedi, una, messe di trifoglio?
O un prato tra te e il fiume?
C’è vento nel granturco: ti freghi le mani
per i manzi già pronti per il mercato;
o ti. giunge un fruscìo di sottane
come. a Little Greve quando ballano le ragazze.
Per Cooney Potter una colonna di polvere
o un turbinio di foglie significavano rovinosa siccità;
a me sembrava di vedere Red-Head Sammy
quando ballava Toor-a-Loor da par suo.
Come fare a coltivare i miei quaranta acri,
non parliamo di aumentarli,
con la ridda di corni, fagotti e ottavini
che cornacchie e pettirossi mi’agitavano in capo,
e il cigolio d’un mulino a vento – vi par poco?
Mai misi mano all’aratro in vita mia
senza che ci si mettesse di mezzo qualcuno
e mi trascinasse via a un ballo o a un picnic.
Finii coi miei quaranta acri;
finii col mio violino sgangherato –
e una risata rauca, e mille ricordi,
e neppure un rimpianto.

IL SUONATORE JONES – DE ANDRÉ

In un vortice di polvere
gli altri vedevan siccità,
a me ricordava
la gonna di Jenny
in un ballo di tanti anni fa.

Sentivo la mia terra
vibrare di suoni, era il mio cuore
e allora perché coltivarla ancora,
come pensarla migliore.

Libertà l’ho vista dormire
nei campi coltivati
a cielo e denaro,
a cielo ed amore,
protetta da un filo spinato.

Libertà l’ho vista svegliarsi
ogni volta che ho suonato
per un fruscio di ragazze
a un ballo,
per un compagno ubriaco.

E poi se la gente sa,
e la gente lo sa che sai suonare,
suonare ti tocca
per tutta la vita
e ti piace lasciarti ascoltare.

Finii con i campi alle ortiche
finii con un flauto spezzato
e un ridere rauco
ricordi tanti
e nemmeno un rimpianto.


A questo punto la singolar tenzone poetica sarebbe finita, ma questo alternarsi di rosso e di verde mi ricorda troppo “La Storia Infinita” di Michael Ende per chiuderla qui…

Tra le tante altre poesie dell’ “Antologia di Spoon River” ho scelto quelle che trovate qui sotto. Mi sono sembrate consone alla poetica di De André e mi sono chiesto come le avrebbe reinterpretate. Non solo, mi sono pure divertito ad assegnare a ciascuna di loro il titolo che avrebbe potuto scegliere.

Voi che ne pensate ?


PAUL MCNEELY – ( UN PAZIENTE )

Cara Jane! Cara incantevole Jane!
con che grazia mi entravi nella stanza (quand’ero così malato)
con la tua cuffietta da infermiera e i polsini di lino;
e mi prendevi la mano e mi dicevi in un sorriso:
« Lei non è così malato – guarirà presto ».
E con che dolcezza il liquido pensiero dei tuoi occhi
penetrava nei miei come rugiada che scivoli
nel cuore di un fiore.
Cara Jane! Tutta la ricchezza dei McNeely
non avrebbe compensato le tue cure per me,
giorno e notte, e notte e giorno;
né ripagato il tuo sorriso, né il calore della tua anima,
in quelle tue manine poggiate sulla mia fronte.
Jane, finché la fiamma della vita si spense
nel buio oltre il disco della notte
ho desiderato ardentemente e sperato di guarire
per posare il mio capo sui tuoi piccoli seni,
e serrarti stretta in un abbraccio d’amore. –
Si è ricordato di te mio padre quando è morto,
Jane, cara Jane?

ARCHIBALD HIGBIE – ( UN INTELLETTUALE )

Ti detestavo, Spoon River. Tentai di innalzarmi al di sopra di te.
Mi vergognavo di te. Ti disprezzavo
come mio luogo di nascita.
E a Roma fra gli artisti,
parlando italiano, parlando francese,
a volte mi parve d’essere libero
da ogni traccia della mia origine.
Mi parve di raggiungere le vette dell’arte
e di respirare l’aria che respiravano i maestri,
e di vedere il mondo coi loro occhi.
Ma davano un’occhiata al mio lavoro e dicevano:
« A che mirate, amico mio?
A volte sembra il viso di’Apollo,
altre volte ha qualcosa di Lincoln ».
Non c’era cultura, capite, a Spoon River,
e io bruciavo di vergogna e me ne stavo zitto.
E che potevo fare, intriso com’ero
e appesantito di terra del West,
se non desiderare, e pregare di nascere
un’altra volta, e che tutta Spoon River
mi fosse sradicata dall’anima?

HARRY WILMANS – ( UN EROE )

Avevo da poco ventuno anni,
e Henry Phipps, il sovrintendente della Sunday-School,
fece un discorso al Teatro Bindle.
« L’onore della bandiera va tenuto alto » disse
« sia che venga assalita da una tribù di barbari Tagalog
o dalla potenza più grande d’Europa. »
E noi acclamammo, acclamammo il discorso e la bandiera
che lui sventolava
parlando.
Così andai alla guerra a dispetto di mio padre,
e seguii la bandiera finché la vidi issata
sul nostro campo nella risaia vicino a Manila.
E tutti noi acclamammo e acclamammo.
Ma c’erano mosche e cose velenose,
e c’era l’acqua pestifera,
e il caldo crudele,
e il cibo nauseante e putrido,
e il tanfo della trincea proprio dietro le tende,
dove i soldati s’andavano a vuotare;
e c’erano le puttane che ‘ci venivano dietro, piene di sifilide;
e atti bestiali fra noi da soli,
e prepotenza, odio, abbrutimento,
e giorni di disgusto e notti di paura
fino all’ora dell’assalto tra i vapori della palude,
seguendo la bandiera,
finché caddi con un grido e un buco nelle budella.
Adesso c’è una bandiera sopra di me a Spoon River!
Una bandiera! Una bandiera!

MILTON MILES – ( UN PERPLESSO – Dietro ogni perplesso c’è un caleidoscopio di speranze )

Ogni volta che la campana presbiteriana
suonava, sapevo che era la campana presbiteriana.
Ma quando il suono si mescolava
al suono della campana metodista, cristiana,
battista e congregazionista,
non la distinguevo più
e neppure l’una dall’altra, o anche una sola.
E poiché tante voci mi chiamarono nella vita
non stupitevi che non sapessi distinguere
la vera dalla falsa,
e neppure, alla fine, la voce che avrei dovuto riconoscere.

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