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Una, nessuna, (19)77 volte i cani di Lorenz

Il mio amico Stefano Moretti( “Puccio“, come lo chiamiamo dai tempi del liceo ) ha scritto ed interpretato uno spettacolo teatrale tratto da un suo romanzo. Siamo andati a vederlo. Un’esperienza davvero sorprendente, emozionante e piacevolissima.

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 La locandina di "77 volte" di Stefano "Puccio" Moretti

             Non  si dovrebbe mai essere amici degli artisti…

            Non sarei mai voluto essere amico di Michelangelo, di Picasso o di Fellini, aver condiviso con loro  ricordi felici, magari lontani nel tempo ma fulgidi nella memoria e poi confronti, discussioni, ideali, aspirazioni, momenti di crescita interiore. Di fronte al Mosè, a Guernica o ad Amarcord non avrei saputo mai in quale proporzione il sentimento che in quel momento carezzava il mio cuore era dovuto alla rigogliosa potenza dell’arte ed al benefico affetto per l’autore. 

            Non si dovrebbe mai essere amici degli artisti…

            Conosco Stefano Moretti ( …macché Stefano Moretti, “Puccio“, come lo chiamano gli amici di sempre ! ) dai rimpianti tempi del liceo classico “Dante Alighieri” di Roma, più o meno da 35 anni. E da altrettanti gli voglio bene. Un’amicizia diluita nel tempo, ma non nell’intensità, come con diversi altri amici e amiche di quel tempo. Gli impegni, il lavoro, la famiglia, gli avvenimenti della vita ordiscono trame che sovente ci sfuggono di mano, ma questo non significa che le persone care abbandonino i ripostigli dei nostri cuori.  Ora lui vive a Firenze ed io ad Anguillara Sabazia, sul lago di Bracciano. La vita ci ha allontanato, ma non separato.  Quando riusciamo a vederci sembra di esserci lasciati da poco, che sia appena passata l’estate e ricominci un nuovo anno scolastico.

            Sapevo del suo percorso artistico, orientato verso i romanzi ed il teatro, ma ( “…mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa !” ) non avevo mai avuto modo di approfondirlo.

            L’occasione si è finalmente presentata al Teatro San Genesio di Roma, sabato 27 aprile 2013, dove Puccio presentava lo spettacolo “77 volte“, tratto dal suo romanzo “I cani di Lorenz“. Rossella ed io avremmo dovuto lasciare nostro figlio Francesco Romolo di 6 anni da mia sorella Clara, ma quella sera è stata improvvisamente richiamata al ruolo di  “nonna” e lo abbiamo portato con noi. Puccio appena ci ha visti, grazie alla sensibilità che gli artisti hanno per dono, con apprensione ha voluto parlarmi in privato per spiegare che i contenuti dello spettacolo erano sicuramente forti per un bambino: si parlava di violenze, di persone uccise e addirittura di uno stupro. Era più preoccupato di me e l’ho dovuto calmare spiegando che avrei fatto “il papà” mediando al piccolino le scene che ritenevo più delicate. In fin dei conti è quello che Rossella ed io facciamo tutti i giorni davanti alla televisione. E poi se sapesse come Francesco Romolo è appassionato di film horror popolati da licantropi, zombie e vampiri

Stefano "Puccio" Moretti

            All’apertura del sipario, la coreografia è semplicissima. Una poltrona sulla destra, un tavolo con uno scatolone sulla sinistra e nel centro una sorta di tubo bianco elasticizzato al cui interno è infilato Puccio che si muove spasmodicamente mettendo in risalto le mani e il volto. È una riuscitissima rappresentazione dei grovigli e dei contorcimenti dell’animo del protagonista.

            Lorenzo ha circa 40 anni, vive da solo, non ha amici né una ragazza. Conduce una vita tranquilla, o almeno così si illude. L’unico problema che ha è durante la notte. Nell’alto palazzo di fronte i cani sui balconi si stuzzicano e si abbaiano l’un l’altro rimproverandosi chissà che cosa.

            Ma i veri latrati che Lorenzo sente sono quelli che squarciano il silenzio del proprio animo, troppo a lungo trascurato e relegato in una buia cantina.  Ogni volta che nella sua vita ha incontrato il dolore non lo ha mai affrontato, ma catalogato ed esiliato in un luogo lontano dalle sue emozioni. Ora che la monotonia quotidiana è interrotta dall’improvvisa entrata in scena di una giovane collega di lavoro che lo invita ad pranzare insieme, le fortificazioni costruite metodicamente nella sua coscienza iniziano a sgretolarsi.

            Gli accadimenti della vita di Lorenzo cominciano così ad alternarsi, a rincorrersi, a completarsi, ad incastrarsi sul palcoscenico, dove le luci evidenziano in maniera netta le situazioni e i personaggi. Tutti caratterizzati da Puccio, unico attore in scena. Compresa la voce narrante, una sorta di coro greco che commenta e rimarca gli avvenimenti. L’ossimoro che maggiormente stupisce è vedere rappresentata un’opera corale, ma interpretata da un unico attore.

            I riferimenti autobiografici sulla vita personale dell’autore e sulla realtà dei conflitti sociali degli anni ’70 sono palpabili.

            Lorenzo inizia il proprio viaggio a ritroso nella propria anima con la prematura perdita del padre, che ha i ricordi sfocati di un uomo mite e tranquillo seduto sulla poltrona di casa. Le difficoltà economiche ricevute in eredità costringono la madre ad accettare la corte dell’odioso ufficiale giudiziario che si recava spesso a casa per pignorare i mobili e ad accettare la proposta di matrimonio.

            Non mancano anche i personaggi umoristici, primo tra tutti lo “chef creativo che organizza il pranzo di nozze con ogni sorta di stramberia enogastronomica mal digerita – fisicamente e psicologicamente – dagli sprovvediti invitati. Oppure come “Il Lurido“, l’oste scontroso e irascibile dove Lorenzo e la collega vanno a mangiare, con un menù rigorosamente dittatoriale scelto dal ristoratore e non dai clienti. L’ambiente descritto ricorda fortemente le bettole che frequentavamo da ragazzi, consumando pietanze “diversamente squisite” che assaltavano i nostri imberbi fegati e bevendo vino che “dei Castelli” aveva soltanto il fossato che lasciava il giorno seguente nelle nostre doloranti teste.

            Il rapporto che il nuovo sposo della madre instaura in casa è di comando e sopraffazione. La madre è una persona umile e debole e non ha la forza di tenere il punto, e il padre-padrone soggiogherà Lorenzo fino ad una tremenda sfuriata notturna che segnerà la fine della sua infanzia.

            Ora Lorenzo è adolescente. Siamo nel 1977, anno dove esplode il conflitto sociale nelle fabbriche e nelle scuole. All’Università di Roma il segretario della CGIL Luciano Lama subisce una violenta contestazione da gruppi di autonomi ed indiani metropolitani. La capitale è uno scacchiere politico manicheo, ci sono zone territoriali di destra e di sinistra: Balduina, Trionfale, Prati, Campo de’ Fiori

            Lorenzo non si occupa attivamente di politica, ha solo simpatie di sinistra, porta i capelli lunghi ed ha una borsa di Tolfa. Una sera è nel suo locale preferito a bere una birra con amici, il Four Green Fields ( a Puccio, ma che stai a di’ : “Le du’ palle“, come noi lo chiamavamo per la coppia di lampioni posta fuori l’entrata del locale ! ), e viene puntato da un fascista ubriaco di passaggio che lo invita ad uscire per darsele di santa ragione.

Stefano "Puccio" Moretti                       Il nostro protagonista ha la meglio e stende l’avversario, ma ci sarà da affrontare il processo. Qui Puccio da il meglio di sé interpretando da maestro il difensore del fascista, della rinomata scuola d’avvocatura napoletana e cultore di cavilli burocratici e terminologie criptiche.

            Il giudice scagionerà Lorenzo per legittima difesa, ma la notorietà della cronaca non gli avrà giovato.

            Un giorno davanti a scuola viene riconosciuto da due noti fanatici nazisti, i quali decidono che è giunta l’ora di dargli una lezione. Prima dello scontro interviene un ragazzo a provocare i due  estremisti ed a sfidarli ad una terribile resa dei conti sotto ponte Marconi.

            Si apre qui la parte più drammatica della rappresentazione.

            Gli spettatori vengono a scoprire che i due nazisti si sono macchiati di un terribile misfatto. In una notte di fine estate si sono resi responsabili sulla spiaggia di Fregene dello stupro di tre ragazze, due sorelle e un’amica, una delle quali resterà uccisa dalla brutale violenza. Facile qui cogliere il riferimento al massacro del Circeo avvenuto nel ’75. Il ragazzo intervenuto è il fratello della vittima ed è deciso a vendicare la morte della sorella a costo della sua stessa vita. Il dramma di quella notte viene rappresentato da tre lenzuoli lordati di sangue ( ma Francesco Romolo appena li ha visti ha detto: «Quelli li ha macchiati con la bomboletta !» ) estratti dallo scatolone e stesi davanti al pubblico.

            Sotto ponte Marconi, in un’atmosfera irreale dove le sponde del Tevere sembrano dimenticarsi di avere Roma sopra la loro testa, si compie la carneficina e i tre contendenti si scannano a vicenda. Lorenzo, che li ha seguiti,  assiste da lontano. In fin di vita, il fratello della ragazza uccisa prega Lorenzo di riferire all’altra sorella che non è morto invano, ma l’unico  testimone oculare non troverà mai il coraggio di farlo. Quella che sui giornali verrà etichettata come “la strage di ponte Marconi” viene evidenziata da Puccio sul palcoscenico con 3 macabre croci nere disegnate con un pennarello su un foglio di cartoncino bristol. Rispuntano anche i tre macabri lenzuoli insanguinati. 

            Terminato il flashback ( o meglio, come diciamo noi che abbiamo fatto il liceo classico, l’analessi ) il racconto riprende con la madre che va a trovare Lorenzo per comunicargli la morte del patrigno. Lo sorprende proprio mentre sta leggendo su Il Messaggero un servizio sui grandi casi insoluti di cronaca nera riguardante la strage alla quale ha assistito da giovane.

            Sono le ultime gocce che fanno traboccare il vaso di Pandora della sua anima. Il calvario purificatorio della sua coscienza si è compiuto e finalmente trova la forza dopo tanti anni di rintracciare la sorella ancora viva del ragazzo che ha avuto morente tra le braccia per confidale l’ultimo desiderio del fratello prima di spirare. Per la prima volta nella sua vita Lorenzo ha affrontato, assorbito, amaramente masticato e digerito il dolore. Ora non è più un macigno indigesto sul suo cuore.

            Adesso non ha più quel leggero stato di ansia quando esce con la sua collega e di notte dorme, i cani non abbaiano più. O forse si, ma lui non li sente.

            Particolari ed anche queste legati ai gusti personali sono le scelte delle musiche. Svariano dai Pink Floid a Frank Zappa, da David Bowie a Peter Gabriel, da The Clash a Neil Young. E pensare che ho sprecato anni ad inculcargli la poetica di De André, l’epica di Guccini, l’ermetismo di De Gregori

            Mi spiace, mi spiace davvero avere “toccato con mano” le capacità di affabulazione e di interpretazione di Puccio, nonché il suo afflato artistico, soltanto così tardi. A mia discolpa non posso nemmeno dire che non ero a conoscenza della sua attività. Per farmi in qualche modo perdonare ho inserito un riferimento pirandelliano nel titolo di questo articolo. A pensarci bene, anche il protagonista di “Uno, nessuno e centomila” affronta un lungo viaggio alla ricerca della verità su se stesso.

            La mia “paterna funzione di mediatore” verso il piccolo Francesco Romolo a volte mi ha costretto a distogliere l’attenzione dal palcoscenico. Sicuramente avrò commesso delle inesattezze nel racconto, ma Puccio di certo saprà perdonare.

            Nell’attesa che organizzi un nuovo spettacolo teatrale gli chiederò una copia de “I cani di Lorenz” per poter in qualche modo colmare le mie lacune. Ovviamente con un vergognoso sconto sul prezzo di copertina ed una speciale dedica autografa.

            Non  si dovrebbe mai essere amici degli artisti…

            Però a volte conviene.

Lo scrittore, commediografo, sceneggiatore, attore Stefano "Puccio" Moretti

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